

Melozzo degli Ambrogi nacque a Forlì l'8 giugno 1438, da famiglia dedita, probabilmente, ad attività artigianali, ma con parentado che andava già distinguendosi in vari campi artistici: il fratello Francesco orafo; lo zio materno Mattia o Matteo de Recevudo architetto (si deve quasi certamente a lui la parte rinascimentale del Palazzo comunale di Forlì); il marito della sorella Margherita, Negusante, pittore.
A Forlì non è mai cresciuta, neppure temporalmente, una "scuola" pittorica o artistica in genere, così da creare una certa tradizione o una impronta stilistica caratteristica (come ad esempio quella Riminese del Trecento o quella Ferrarese del Quattrocento, ecc.), perciò è da immaginare che Melozzo, accortosi in qualche modo dello straordinario talento posseduto, abbia compiuto un suo itinerario, metaforico ed anche reale, di apprendistato e di formazione. Con molte probabilità si può ritenere che la prima tappa sia stata Padova, dove stava operando un autore ormai mitico, di cui assai poco ci è pervenuto, un suo concittadino: Ansuino da Forlì, sicuramente collaboratore e collega di Andrea Mantegna, segnatamente alla chiesa degli Eremitani della città veneta, in cui il genio patavino stava per consegnare il suo primo capolavoro con gli affreschi della cappella Ovetari. Dallo stesso Mantegna sembrerebbe derivare al giovane Melozzo quell'indirizzo di ricerca sullo scorcio, sulla vista " dal sotto in su" e su quella prospettiva aerea che saranno alla base della sua fama pittorica.
Successivamente, Melozzo addolcì le statuarie figurazioni mantegnesche ed i contestuali apprendimenti ferraresi, aspri e spigolosi, con le confidenziali modalità della scuola umbra e marchigiana, praticate ad Urbino insieme a Giovanni Santi (futuro padre di Raffaello). Urbino risultò determinante per l'artista forlivese. Qui, incontrando Piero della Francesca, il Bramante, ed artisti stranieri come il dalmata Luciano Laurana (architetto del palazzo ducale), il fiammingo Giusto di Gand o lo spagnolo Pedro Berruguete, l'Ambrogi pervenne a quella sintesi mirabile che lo renderà il più grande pittore degli ultimi decenni dell'Umanesimo ed il primo del Rinascimento( sino a poter asserire che senza di lui non sarebbe neppure pensabile Raffaello), con grandiosi influssi nel Cinquecento, nonché significative ammirazioni nel Seicento. Una sintesi che non poteva non destare ammirazione sconfinata: a fronte di una tecnica eccezionale, talentuosamente innata, Melozzo riuscì a far palpitare la classicità pietrosa di Mantegna ed ad umanizzare le matematiche astrazioni prospettiche di Piero della Francesca, mantenendo le perfette geometrie, ma descrivendone con amore di realtà i particolari umani. Dove strabiliò tutti fu, soprattutto, nei mirabili scorci, le perfette prospettive dal basso all'alto, conquistando il giudizio migliore del teorico-matematico Luca Pacioli.
La cronologia delle opere di Melozzo è alquanto controversa, a causa delle scarse notizie biografiche che possediamo ed al suo temperamento, che forse non sbaglieremmo a giudicare schivo e riservato.
Comunque sia, agli inizi degli anni Settanta lo troviamo a Roma, dove dopo l'elezione a Papa di Sisto IV, 1471, compare nei documenti pontifici con il titolo prestigioso di PICTOR PAPALIS. Considerando che le malelingue reputarono Sisto IV come uno dei papi più nepotisti e clientelari della storia e che Melozzo proveniva da una città non certo rinomata come depositaria di una eccelsa scuola pittorica, ci si può ritenere ampiamente autorizzati a pensare che motivo di cotanta nomina risiedesse unicamente nelle sue qualità artistiche.
Come pittore ufficiale ritrarrà uno dei maggiori avvenimenti di valore culturale dell'Umanesimo: la sistemazione della Biblioteca Apostolica Vaticana e la sua inaugurazione con la consegna delle chiavi da parte del Papa al Platina. Un affresco che rivela le qualità di Melozzo nella composizione, nella struttura prospettica, nella monumentalità e nel realismo (anche psicologico) di resa dei personaggi, inseriti in una delle più raffinate ricostruzioni architettoniche classicistiche. In quest'opera, oggi conservata alla Pinacoteca Vaticana, non siamo di fronte ad una fredda "fotografia", ma davanti ad una scena di vita di puro sapore umanistico, che esalta l'individuo nella sua statura fisica e morale. Fra quei personaggi è presente anche quel Girolamo Riario, che, di lì a poco, diverrà signore di Forlì.
Gli anni Settanta e Ottanta romani, quasi certamente, vedono la realizzazione del capolavoro più celebrato di Melozzo: l'affresco del catino absidale della chiesa dei Santi Apostoli, oggi, purtroppo, ridotto a sedici stupendi lacerti, sparsi fra Pinacoteca Vaticana, Quirinale e Museo del Prado. La rovina avvenne agli inizi del 1700, ma, sino ad allora, avevano suscitato ammirazione ed ispirato metà della storia pittorica italiana tra Cinquecento e Seicento. La Basilica dei Santi Apostoli apparteneva ai Frati Minori Francescani, di cui era stato Generale il papa Sisto IV. Nel fervore di ristrutturazione umanistica, questa chiesa era divenuta la più bella della Roma del Quattrocento. A dipingere il luminoso e vasto spazio sovrastante il presbiterio fu chiamato, appunto, il pittore forlivese. Lo chiamò il curatore di quegli abbellimenti, il nipote del Papa, Giuliano della Rovere, il futuro papa Giulio II, che pare capisse qualcosa di arte, visto che da pontefice chiamò ad affrescare la volta della Cappella vaticana dei papi un certo Michelangelo (e non è assolutamente detto che ad entrambi fossero rimaste le suggestioni melozziane nel concepire ardite prospettive scorciate).
Il soggetto rappresentato era l'ascesa in Cielo del Cristo Redentore in un tripudio di angeli, molti dei quali suonanti uno strumento musicale (i celeberrimi "Angeli Musicanti"), sotto lo sguardo di Apostoli stupiti ed estasiati insieme, portatori di una semplice umanità che si andava monumentalizzando nella partecipazione al divino evento. Il grande Vasari noterà che l'effetto di spazio creato dal Cristo in scorcio sembra <>, così come gli angeli <>.
A chi rimanesse stupito di scoprire l'eccezionale valore di Melozzo, degno di stare nella compagnia dei "divinissimi" del Rinascimento, a fronte di una scadente fama e di una ancora più scadente rilevanza libraria, occorrerà dire che, paradossalmente, quel grande capolavoro, nel mentre lo rendeva artista immenso, gli avrebbe negato una lontana, futura, notorietà per due ragioni. La prima, già detta, legata alla rovina settecentesca; la seconda dovuta alla contestuale assenza del forlivese dalla decorazione parietale della Cappella Sistina (cosa si paga ad essere "pupillo" del Papa!), che non gli consentì di essere accomunato agli altri grandi baciati da imperitura fama, specie dall'inizio dell'epoca turistica.
L'opera più rilevante, fra quelle rimaste di Melozzo, consiste in un'altra impresa prestigiosa: la decorazione della Sacrestia di San Marco nel Santuario della Santa Casa di Loreto. Anche questa commissione derivò dall'ambito Della Rovere, la famiglia di Sisto IV, ma il suo nome doveva essere già stato fatto dal vescovo che promosse la ristrutturazione in forme umanistiche del Santuario mariano, Niccolò Dall'Aste, un forlivese.
Particolarmente ricca risulta la decorazione ad affresco della volta della Sacrestia, assai ricca e monumentale nella rievocazione della Passione di Cristo e può considerarsi il primo tentativo di pittura illusionistica di una volta, precorrendo il Correggio ed i grandi maestri barocchi. Mai si era visto un sotto in su così elaborato nella dipintura di finte partiture architettoniche e popolato così copiosamente da angeli reggenti gli strumenti della Passione (li ripeterà Michelangelo nel Giudizio Universale della Sistina) e Profeti dell'Antico Testamento.
Il Nostro lavorerà ancora ad Ancona, nel Palazzo Comunale: ancora un'opera persa.
Detto di una serie di altre opere romane dalla attribuzione assai incerta (Annunciazione al Pantheon; Cristo Giudice a Santa Maria Sopra Minerva; alcuni interventi a Santa Croce in Gerusalemme; ecc.), tornò definitivamente a Forlì nel maggio del 1493, chiamato da Caterina Sforza, ormai vedova di uno dei suoi mecenati più illustri, quel Girolamo Riario di cui si è detto.
Si trattò dell'ultima committenza: la decorazione della volta della Cappella Feo nella chiesa di San Biagio a Forlì, la più bella del Quattrocento nella città romagnola. Fu il suo capolavoro, essendo l'opera più matura sotto ogni punto di vista (compositivo, tecnico, prospettico), che destò ammirazione e studio anche nei padri della moderna storia e critica dell'arte, dal Cavalcaselle in avanti. Qui, Melozzo trovò anche un'artista in grado di recepire le sue lezioni, con cui intendersi perfettamente, nello stesso schietto dialetto forlivese, Marco Palmezzano, che seppe coglierne le grandezze e portarle avanti nei suoi capolavori.
Ma ancora una volta il destino decise di lasciare nell'ombra l'astro di questo strepitoso protagonista della nostra storia pittorica: il 10 dicembre 1944 un assurdo bombardamento tedesco rase al suolo la chiesa di San Biagio e sbriciolò irrimediabilmente gli affreschi di Melozzo e Palmezzano.
Sulle impalcature di quella sua ultima fatica, Melozzo morì, l'8 di novembre del 1494, pensiamo, poeticamente, fra le braccia di Palmezzano.
Venne sepolto nella chiesa forlivese della Santissima Trinità e la piazza antistante ne porta ancora il nome.
A noi che facciamo dello studio la nostra professione l'obbligo di restituirlo alla giusta dimensione storico-artistica e di mantenerlo vivo.
Prof. Marco Vallicelli
Docente di Storia dell'Arte presso questo Istituto.
